Il primo collegamento internet d'Italia è quello del CNR di Pisa, nel 1986.
Nel 1986, per la precisione ad ottobre, in un ospedale anconetano mio padre, all'epoca molto meno canuto di oggi ma altrettanto baffuto, mi assestava un sonoro sganassone per moderare il caos che io, geloso marcio, opponevo al dirottamento di attenzione del parentado tutto da me a mia zia prima, e a mio cugino strillante e coperto di placenta poi.
A quell'epoca io avevo quattro anni scarsi, e gente un bel po' più vecchia di me e dei miei stessi genitori stava facendo prove tecniche di futuro, mettendo per la prima volta in rete il nostro Paese. Oggi, su un treno molto più vecchio dei miei genitori, scrivo questo post su un Mac di due anni (quasi obsoleto), ascoltando De Gregori con l'iPod, buttando un occhio al cellulare che potrei usare per mettere in rete il mio portatile (ma non lo faccio perché costa caro) e seguendo l'ora su un orologio meccanico a pila, ma che sospetto sia stato progettato con l'equivalente orologistico di Autocad.
Autocad è proprio un ottimo esempio di ciò di cui vorrei parlare qui. Mia zia, architetto come una buona fetta della mia famiglia, mi raccontava tempo fa della fatica che ha fatto a riprendere in mano una matita per modificare un progetto dopo essersi abituata a usare il computer per i suoi disegni. E dire che lei non è neanche una nativa tecnologica come lo splendido nipotino di G., che crescerà in un mondo permeato di tecnologia come il nostro lo è stato (ed è) di corruzione politica. La Storia, come viene definita nei libri di scuola, si distingue dalla preistoria con lo spartiacque della scrittura; Gutenberg ci ha messo del suo per imprimere un'ulteriore accelerazione; oggi, la Storia si spacca a sua volta in un prima e in un dopo, e il tratteggio che separa queste due ere è dato da Internet. Per quanta vaghezza possa esserci nello stabilire il preciso momento della separazione, l'indeterminatezza non sarà mai superiore ai cinque anni prima o dopo l'attivazione del primo sito internet, quello del Cern.
Ed è proprio la rapidità della suddetta transizione ad aver creato una razza umana molto speciale: noi. Noi che siamo nati in un'Italia di figurine e Ken Shiro e viviamo la nostra adolescenza fra Second Life e Facebook.
La mia generazione, quella dei nati a cavallo fra la fine dei '70 e l'inizio degli '80, è drammaticamente nostalgica: ci avete mai fatto caso? Su Facebook abbondano gruppi che raccolgono le memorie di quel glorioso periodo in cui ci si emozionava ancora con i giochini delle merendine Kinder; conosco persone per cui la politica è solo una futile perdita di tempo che sarebbero disposte a dedicare la propria vita alla reintroduzione dei Soldini Mulino Bianco; usiamo il più moderno social network, magari da un iPhone mentre ci accingiamo a partire per un convengno di Artificial Intelligence negli USA, per ricordarci l'un l'altro di quanto erano fighi gli Sgorbions. Siamo stati gli ultimi adolescenti a usare il telefono pubblico per avvertire casa che avevamo perso l'ultimo autobus, quello di mezzanotte, e se per favore mi venite a prendere. Insomma, per farla breve, siamo gli abitanti della Terra di Mezzo.
Le divagazioni nostalgiche potrebbero spingere ad una sorta di saudade per un intonso passato più puro e naturale, privo di tecnologia, come l'abbiamo vissuto noi, solo pallone, polvere, figurine, tv, pane burro e marmellata. Ma sarebbe un delirio, la Storia è in fuga e non possiamo certo perdere il treno. Inoltre va da sé, tutto quello che la tecnologia ci sta portando è potenzialmente un che di favoloso: abbiamo una tale ricchezza di mezzi e di soluzioni che solo oggi possiamo sperare di porre un rimedio ai danni della preistoria teconologica, dalla Rivoluzione Industriale al boom dei motori a scoppio nel mondo in via di sviluppo. E poi c'è un altro aspetto da considerare.
Proprio oggi, in treno, ho letto su Wired un articolo che mi ha permesso di mettere a fuoco una riflessione che stavo facendo da parecchio tempo. Da giorni rimuginavo sulla cosa seguente: per quanto avanzata possa essere una tecnologia, in mano nostra sarà sempre sporca. Un ottimo esempio di ciò che intendo è Guerre Stellari: non la grandiosità delle lucide navi dell'Impero ma le polverose officine del sabbioso mondo del giovane Skywalker. Tutto ciò che costruiamo non è progettato per funzionare nell'asettico ambiente dello spazio intergalattico, ma per finire in mano a un grassoccio signore del Texas o una indaffarata manager praghese, che useranno il fiore all'occhiello della tecnologia umana -sia esso un laptotp, un cellulare o un iPod- come un qualunque oggetto del proprio quotidiano, buttato in mezzo a una borsa fra rossetti e kajal o sul tavolo da pranzo a rischio ketchup.
L'articolo cui facevo riferimento parlava del fenomeno del "good enough", ossia del successo planetario di tecnologie tutt'altro che eccellenti dal punto di vista della qualità (mp3 che distorcono musica, fotocamere digitali da pochi pixel, telefoni voip come Skype) ma ricche delle monete del futuro: basso costo e flessibilità. I produttori di tecnologia si sono accorti che alla gente non gliene frega nulla di avere una qualità da gommalacca per ascoltare un brano in metropolitana, né l'utente medio è contento di avere un photoshop incorporato nella macchina fotografica se non sa nemmeno da dove si accende: la vera ricchezza sta nel portare alla gente una tecnologia immediata, di facile utilizzo, che entri a far parte della vita quotidiana con la semplicità con la quale ci sono entrati telefono, frigo e lavatrice nei ruggenti anni '60.
Quando ero piccolo io un gioco che andava per la magiore era "Forza 4"; un'altro che impazzava era un accrocco di plastica giallo con una specie di percorso da far fare a una pallina metallica: si pilotava con un solo pulsante. Oggi l'iPhone del mio coinquilino -non posso vedere quell'oggetto senza concupirlo!- ha un numero spropositato di applicazioni e giochetti che fanno impazzire persino uno scettico storico nei confronti dei videogames come me. Ma la bellezza, almeno per come la vedo io, sta nella polvere che si accumula negli interstizi fra il telefono e la fodera, nelle ditate che il mio capo lascia con entusiasmo sullo schermo del mio Mac, nei violenti colpi che il mio collega Francesco vibrava alla povera tastiera del computer, insomma nel trattare la tecnologia come quello che -ed è qui il bello- essa è: una cosa umana. Che come tale nasce, si ammira, si usa, si sporca, si rompe e si butta. L'iter, che si parli di computer o di scarpe, è sempre lo stesso.

Ah, per inciso: buon 4 Novembre.